I falsi miti degli Sport da Combattimento. Prima parte - Il blog del Manipulus Mosca - Manipulus Mosca

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I falsi miti degli Sport da Combattimento. Prima parte

Manipulus Mosca
Pubblicato da in Sport da Combattimento ·
Tags: sportdacombattimentofalsimiti



Iniziamo a trattare l'argomento "miti degli Sport da Combattimento" in una serie di brevi articoli, in cui analizzeremo dicerie, consuetudini e leggende, e cercando di fornire il nostro punto di vista. Buona lettura.





La preparazione atletica equivale a fare i circuiti

Se c’è un concetto ampiamente sopravvalutato nel mondo degli SDC è quello del “circuito”. La classica parolina magica che tutto può e tutto risolve. In soldoni, prendo degli esercizi più o meno a casaccio, alcuni visti fare, altri visti su YouTube dal campione Tizio, altri inventati, altri specifici della disciplina; li si mette assieme, si sceglie un tempo di lavoro per ogni stazione, si sceglie un tempo di recupero, ed il gioco è fatto. In questo modo si crede di poter allenare tutte le componenti e contemporaneamente. Bello. Se fosse vero. Ma non è così. Per definizione il circuito è qualcosa che racchiude in sé diversi movimenti, che possono essere quelli specifici della disciplina, come portare colpi o combinazioni, portare tecniche di lotta o proiezioni; od anche movimenti non specifici, ciclici, a corpo libero o con i pesi. La questioni importanti sono due. La prima è che per migliorare una singola capacità organico muscolare la cosa di gran lunga migliore è allenarla da sola. Per migliorare la potenza bisogna allenare la potenza. Per migliorare il “fiato”, inteso come capacità e potenza aerobica, è necessario fare allenamenti specifici. E così via. La seconda cosa è che la caratteristica principale del circuito è testare ed allenare la capacità di lavoro (work capacity), ossia la quantità di lavoro (inteso come prodotto tra forza e spostamento L=Fxs) che si riesce a compiere nell’unità di tempo o nel minor tempo possibile.
 
Utilizzare uno strumento di certo versatile come il circuito risulta essere comodo, sia in termini di tempo che logistici, ed è anche un buon modo per far progredire gli atleti novizi e amatori. Ma quando saliamo di livello, lo stallo è dietro l’angolo, e continuare ad ammazzarsi solo di circuiti può fare ben poco, oltre che sfiancare l’atleta. In conclusione il circuito è un ottimo modo per allenare la capacità di lavoro dell’atleta, sia in termini aspecifici che specifici, ma semmai dovrebbe giungere alla fine di un processo in cui sono state allenate le varie capacità singolarmente.


Bisogna abituarsi al dolore ed alle botte

Questo mito nasce dall’ancestrale concezione degli SDC come metafora della guerra, e ciò è sicuramente vero. Combattere in palestra senza protezioni oppure, dopo aver subito infortuni o traumi, continuare ad allenarsi allo stesso modo o, ancora peggio, salire sul ring nella gabbia o sulla materassina per disputare gare, diventa però diabolico.
 
Già il concetto di dolore e di soglia del dolore andrebbero rivisti alla luce della percezione del sistema nervoso generale. Ma anche il cosiddetto condizionamento muscolare e osseo, che nella Muay Thai e affini viene visto come tirate mazzate a qualsiasi oggetto a tibie nude, ha un senso solo se si agisce sulla quantità e costanza degli stimoli, non sulla qualità. Tirare tanti calci al sacco potrebbe anche avere un senso, ma tibiate e ginocchiate ai muri come il celebre Tong Po, ha senso solo in chiave di spettacolarizzazione cinematografica. Ci manca solo che qualcuno si faccia prendere a pugni in faccia per “condizionare” la mandibola ed il cranio, cosa che non manca di abbellire il sito di YouTube. Oltre a ciò, uno degli obiettivi di ogni seria preparazione ad uno sport agonistico, ancor di più se questo sport prevede il combattimento, è proprio quello di prevenire e mitigare gli infortuni che arriveranno, in forza dei due aspetti sopracitati. Prevenire e mitigare, non favorire e cronicizzare. Il dolore deve essere sempre visto come un segnale che il sistema nervoso centrale ci manda e deve essere risolto, con il movimento corretto in primis, e con uno specialista in secundis. Non ha senso stringere i denti e continuare ad allenarsi senza avere la più vaga idea dell’origine del problema e della sua risoluzione.
 
Altra questione è quella dello sparring e dell’uso delle protezioni. Qualche tempo fa fece scalpore un’intervista sulle MMA dell’ex campione UFC dei pesi welter, Johny Hendricks, che affermava di usare un casco molto protettivo in palestra proprio per proteggere il cervello dai colpi concludendo che “non prendo colpi in testa, non sono pagato per farlo in palestra, sono pagato nell’ottagono”. Lo stesso possiamo constatarlo nei camp thailandesi dove lo sparring è rigorosamente blando e tecnico, senza mai aumentare intensità dei colpi, anche perché si combatte con un’altissima cadenza. Nei Paesi Bassi, patria dei più grandi campioni europei di kickboxing, è vero che si fanno i guanti tutti i giorni, ma si utilizzano caschetti e doppi paratibie. Quindi allenarsi a combattere sì, ma sempre con criterio e rispettando i segnali dell’atleta, senza rimanere invischiati in leggende metropolitane e da film.




 
Per essere nel peso basta mangiare pochissimo (e togliere la pasta)

Mai come negli SDC l’alimentazione è il regno del mito e del sentito dire. Strano, direte voi, la nutrizione dovrebbe essere molto curata, essendoci in questi sport il fattore aggiunto delle categorie di peso. Invece, molto più di quello si crede, questo aspetto viene gestito in maniera totalmente grossolana, o ancora peggio, viene demandato in via esclusiva al combattente, il quale non può che affidarsi a voci dicerie e consigli da spogliatoio. In entrambi i casi i risvolti sono molto problematici, o perché si combatte in categorie di peso palesemente superiori alla struttura muscolo scheletrica degli atleti, regalando di fatto preziosi vantaggi agli avversari, oppure si arriva il giorno del match vistosamente magri e deperiti al limite del sottopeso, perdendosi per strada potenzialità atletiche ed energie che potrebbero essere determinanti.
 
Tutto ciò senza sottovalutare l’aspetto psicologico, il quale, invece di essere indirizzato solo sulla gara, troppe volte si perde in obiettivi del tutto secondari come rientrare nel peso, affievolendo la concentrazione per il combattimento. E non è così raro il fatto che, dopo aver fatto il peso, la mente si rilassi per aver raggiunto ciò che considerava come il primo obiettivo, non capendo che quello non era se non un aspetto secondario. Il nostro consiglio rimane sempre quello di affidarsi a professionisti nel campo nutritivo, e lasciar perdere diete fai da te o leggende che vengono tramandate oralmente negli spogliatoi, come la pasta portatrice di tutti i mali. Ricordando che la nutrizione è un percorso individuale che deve essere tarato su obiettivi e bisogni di ciascun atleta, ma allo stesso tempo deve basarsi su evidenze e studi scientifici. Tutto il resto è noia.


 
I pesi legano

Questa continua imperterrita ad essere una delle incrostazioni più difficili da rimuovere nell’ambiente, soprattutto con gli allenatori “vecchia scuola”, il più delle volte diversamente giovani. Anche se, a loro parziale discolpa, tutto il malinteso nasce da un “peccato originale”: il fatto che l’allenamento coi pesi sia arrivato al grande pubblico degli SDC mutuato dal culturismo, con l’equazione pesi = body building. Succedeva quindi che un atleta che voleva “fare pesi” per migliorare le proprie prestazioni nello SDC, lasciava il proprio allenatore, digiuno sull’argomento, e si affidava al primo istruttore in sala pesi, il quale, anch’egli purtroppo digiuno di preparazione atletica, e molto spesso digiuno anche di pesi, somministrava al malcapitato un programma copiato a piè pari dall’allenamento di un culturista. Ciò portava ad un mero sviluppo dell’ipertrofia con regressione di molte capacità prestative, e come se non bastasse, si accompagnava a tutto ciò anche l’aumento di peso, che molte volte era segno di un aumento di categoria. Per la serie, due piccioni (negativi) con una fava.
 
Negli ultimi anni, ad onor del vero, si è assistita ad un netta inversione di tendenza, teorica, pratica e metodologica. Gli influssi provenienti dall’Europa orientale facente parte del blocco sovietico, patria di alcuni tra i migliori studiosi dell’argomento, hanno fatto conoscere anche a noi comuni mortali del blocco capitalista, modelli strumenti e metodi, molto più efficaci ed efficienti nella preparazione atletica con i sovraccarichi. A ciò si è aggiunto la consapevolezza di quanto possa essere fruttuoso imparare da coloro che sono del mestiere, pesisti olimpici e non olimpici in primis, e quanto la rielaborazione dei loro allenamenti potesse essere utilizzata per la preparazione atletica degli altri sport. Oggi sicuramente il quadro è molto più articolato rispetto al passato, ma ora il rischio potrebbe essere quello di copiare in tutto e per tutto l’allenamento del powerlifter, con conseguenze anch’esse negative. Quindi conoscenza di tecniche metodi e modelli di altri sport più avanti degli SDC in primis, senza mai dimenticare il modello di prestazione e le caratteristiche specifiche della disciplina a cui devono essere applicati. Perché i pesi non legano, sempre che siano fatti con criterio e metodica.



 
Tirare pugni coi pesi è un ottimo allenamento

Uno dei metodi sempre in voga negli SDC di percussione, è quello di tirare pugni con i pesetti. Alcuni chiamano questa metodologia con l’altisonante nome di “power training” ma, a rigor di logica, di potenza non è che ci sia molta. Ci sono diverse considerazioni che rendono negativa questa pratica. Appesantire un gesto specifico, con un carico che si discosti troppo da quello sul ring o nella gabbia, cambia completamente lo schema motorio del gesto, rendendo immediatamente quel gesto non specifico, con tutte le conseguenze del caso. Gli studi del sovietico Vladimir Kuznetsov hanno provato che con un sovraccarico dell’ordine del 10%, superiore o inferiore che sia, cambia totalmente lo schema motorio. Un altro problema è legato all’oggetto sovraccaricante. Impugnano un manubrio infatti, andremo incontro a due strade, opposte ma negative comunque: iperestensione del gomito, con aumento del rischio di infiammazioni, dovuta all’accelerazione del peso e al blocco a fine corsa del braccio; oppure decelerazione del movimento alla fine, e conseguente stravolgimento ancor maggiore del gesto. Anche in questo caso ci troviamo d’accordo con il parere di Alain Riccaldi, ed anche con Emanuele Lochner, giovane preparatore atletico di Marvin Vettori, che recentemente si è espresso negli stessi termini.


Lorenzo Mosca




Qui trovate la seconda parte dell'articolo: "I falsi miti degli Sport da Combattimento. Seconda parte".
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